RETROSPETTIVA.

Richard Dindo, nato a Zurigo nel 1944, è uno degli esponenti più importanti del cosiddetto “Nuovo Cinema Svizzero”, sorto come altre nouvelles vagues agli albori degli anni ’60.
Attraverso un percorso artistico personale in cui predomina il documentario (anche se nel suo cinema la differenza tra realtà e fiction è ben poco definita), Dindo ha saputo indagare tra le pagine della Storia regalandoci straordinari ritratti di artisti e uomini politici senza mai dimenticare le problematiche e le battaglie quotidiane di chi dalla Storia è spesso dimenticato.
Di tutti i cineasti svizzeri, è probabilmente il più rigoroso, il più tenacemente attaccato ad una concezione del cinema come forma di resistenza e come ricerca sul senso della Storia e delle proprie origini. Fin dall’inizio degli anni Settanta, questo regista nato nella Svizzera tedesca da genitori di origine italiana ha usato la macchina da presa come un bisturi per sezionare quei frammenti del passato e del presente della nazione d’appartenenza che gli permettessero di intraprendere la sua ricerca identitaria.
“Sono d’origine italiana di seconda generazione, ragione per cui per molto tempo non mi sentivo né veramente svizzero tedesco, ma neanche italiano. Fare del cinema per me è stato come voler risolvere questo problema d’identità. Ho cercato in qualche modo attraverso i miei film, di integrarmi al popolo e al paese….” (R. Dindo).
Il suo cinema si presenta come una galleria di “figure” che costituiscono un unico mosaico, dedicato alla memoria di chi si è schierato, per volontà propria o per il concorso di particolari circostanze storiche, al di fuori o contro gli schemi di una società angusta e meschina: dai pittori naïf della Svizzera orientale agli svizzeri combattenti nella guerra civile spagnola al fianco dei repubblicani; dal “traditore della Patria” Ernst S. a quei quattro giovani del movimento autonomo di Zurigo periti in strani “incidenti” con la complicità della polizia; da un intellettuale scomodo come Max Frisch ad un artista infelice come Max Haufler; da Arthur Rimbaud sulla via dell'autodistruzione a Charlotte Salomon, la giovane ebrea distrutta dalla bestialità umana nel campo di Auschwitz ... fino al ‘Che’ Guevara, sconfitto assieme alla sua utopia fino ai protagonisti degli eventi della repressione nel ’68 in Messico di Ni olvido ni perdon, il suo ultimo film “politico”.
Ma la ricerca di Dindo, così importante per la definizione della nostra identità di uomini e di svizzeri, è allo stesso tempo la ricerca, altrettanto importante, di una forma cinematografica che permetta di non barare con la Storia, pur riconoscendo la necessità di una sua messa in scena. Pioniere e maestro di quel genere di frontiera che in tedesco viene argutamente chiamato “fiktiver Dokumentarfilm” e che ha oggi in Svizzera non pochi frequentatori, Dindo si può definire un cineasta “della realtà” che contamina il documentario con alcuni procedimenti della finzione. Mai cedendo alla tentazione della trasposizione romanzata dei fatti, egli ha sempre operato mettendo in scena dei documenti, dei testi, delle testimonianze, dei paesaggi, attraverso un lavoro di montaggio che mirasse decisamente al di là dell'illusoria “obiettività” per sviluppare invece un discorso personale, un'interpretazione della Storia, una filosofia della memoria.
“Bisogna raccontare gli avvenimenti storici, affinché non svaniscano nell’oblio” (R. Dindo). In questo intervento Dindo fa riferimento al “documentario di creazione” che alle latitudini locali è ancora valorizzato e non sacrificato sugli altari dei cosiddetti “Ersatz”, i servizi o le corrispondenze in cui spesso si affastellano informazioni superficiali. Un tipo di cinema, il documentario svizzero, che racconta la realtà nei suoi dettagli, che cerca di restituire il senso e l’atmosfera di certi luoghi, il carattere di certi personaggi, usando in modo molto libero il tempo, spesso di lungometraggio, entrando sempre nel merito delle questioni dibattute, senza l’ansia di doversi sacrificare e di compiacere al pubblico.
Un documentario che dà il tempo e la dignità di un film narrativo e, spesso attraverso le voci spontanee di personaggi intervistati, permette allo spettatore di addentrarsi in un contesto sconosciuto nella posizione di un interlocutore privilegiato.
Nel cinema di Dindo lo spazio di senso che la forma produce tra film e spettatore è uno spazio in cui lo sguardo deve muoversi permanentemente. Il processo filmico richiede una particolare attenzione di lettura: lo spettatore partecipa così attivamente all’indagine. La minima passività paga lo scotto di una mancanza di senso e quindi d’emozione. Uno dei grandi meriti del cinema di Dindo e mi auguro anche dello spettatore, è di essere moderno.

Domenico Lucchini

FILM IN PROGRAMMAZIONE

ARAGON
Francia, 2004, 52', Beta SP
ARTHUR RIMBAUD
Svizzera, Francia, 1991, 135', 35 mm
Proiezione alla Casa del cinema
DANI, MICHI, RENATO & MAX
Svizzera, 1987, 138', 16 mm
ERNESTO CHE GUEVARA
Svizzera, 1993, 94', 35 mm
ERNST S.
Svizzera, 1975, 100', 16 mm
GENET A CHATILA
Svizzera, 1999, 97', 35 mm
Proiezione presso l' Istituto svizzero
GRUNINGERS FALL
Svizzera, 1997, 98', 35 mm
NI OLVIDO NI PERDON
Messico, 2003, 85', 35 mm
Proeizione presso l' Istituto svizzero
UNE SAISON AU PARADIS
Svizzera, 1996, 112', 35 mm
WER WAR KAFKA
Svizzera, 2005, 98', 35 mm

EVENTI COLLATERALI

Venerdì 5 maggio
Istituto Svizzero di Roma, Via Liguria 20 dalle h. 18.00:
Proiezione di Genet a Chatila di Richard Dindo (Svizzera, 1999, 98’, 35 mm) Incontro con il regista.
Aperitivo
Proiezione di Ni olvido ni perdon, Richard Dindo, Svizzera, 2003, 85', 35mm

Lunedì 8 maggio:
h. 10.30
Casa del CInema (Largo Marcello Mastroianni, 1)
Proiezione di Arthur Rimbaud, une biographie, Richard Dindo, (Svizzera, 1991, 145', 35mm)