ARABIAN NIGHTS: RETROSPETTIVA SUL REGISTA EGIZIANO YOUSRY NASRALLAH
Un cinema strabordante.
Strabordante di immagini, di personaggi, di sentimenti, di desideri, di
attraversamenti, di individui. Potremmo parlare in questo modo del cinema
di Yousry Nasrallah.
Nato al Cairo nel 1952, dopo aver frequentato una scuola tedesca, segue
i corsi di Economia e Scienze Politiche per poi iscriversi all’Istituto
di Cinema del Cairo. Vive quattro anni in Libano (vi arriva nel ’78,
in piena guerra civile) dove è corrispondente per il quotidiano Al-Safir.
Torna in Egitto e decide di dedicarsi al cinema. Diviene assistente di Schlöndorff
e poi di Chahine, uno dei più grandi registi egiziani.
Nel 1988 gira il suo primo lungometraggio, Sarikat Sayfeya (Vols d’été),
che viene presentato a Cannes dove ottiene il Premio della Critica.
Nel 1993 è la volta di Marcides (Mercedes), con
cui inizia il nostro viaggio. Il film è affollatissimo: il protagonista
è Nubi, un cristiano di origini altoborghesi, comunista; sua madre
è innamorata di un nero; suo fratello è omosessuale; sua zia
gestisce uno strano traffico di organi e droga; la sua fidanzata è
una danzatrice del ventre identica a sua madre (entrambe sono interpretate
da Yousra, star del cinema egiziano); e un polizioto cerca di coinvolgere
Nubi in un gruppo islamico. È il 1990 ci sono i mondiali di calcio,
il Muro di Berlino è caduto e in Egitto cominciano a trovare spazio
pulsioni integraliste.
Due anni dopo, realizza un documentario, Sobyan wa banat
(A propos des garçons, des filles et du voile). Abbandona l’ambiente
borghese di Marcides e segue Bassem Samra (uno degli attori di Marcides
e poi protagonista di El Medina), i suoi familiari, i suoi amici, le sue
amiche, li lascia parlare di sé, dei rapporti fra i sessi, della
maschilità, della femminilità, dell’amore, del sesso,
del velo che sta tornando prepotentemente nella società egiziana.
Dal Cairo parte Ali, il protagonista di El Medina (La città,
1999, Premio Speciale della Giuria al Festival di Locarno) per andare a
Parigi inseguendo il sogno del successo, dell’emancipazione per tornare
poi a casa. Non è un ritorno alla semplicità dell’origine,
ma un ritorno segnato dalla consapevolezza e infatti Ali riesce al Cairo
a intraprendere quella carriera d’attore che vagheggiava guardando
il poster di Robert De Niro in Toro scatenato che teneva nella sua vecchia
camera.
L’ultimo film di Nasrallah non è più un film “egiziano”.
Tratto dal libro di Elias Khoury, La porte du soleil, Bab
el-Chams racconta la storia del popolo palestinese dalla nakba del 1948
fino al 1995. Attraverso due storie d’amore: quella tra Younès
e Nahila e quella tra Khalil e Chams.
Dalla Palestina ai campi profughi libanesi; la guerra, la morte, l’esilio,
si alternano, ma sarebbe meglio dire convivono, con la passione, la felicità,
la vita. Nel raccontare una storia mai raccontata, se non altro al cinema,
e raramente anche per scritto - i racconti sulla storia palestinese sono
ancora largamente storia orale e le immagini sono ricordi, fotografie, video
amatoriali - Nasrallah non rinuncia, in questo aiutato dal magnifico libro
di Khoury, alla sua concezione di cinema. Più che raccontarci la
storia della Palestina, ci racconta storie di palestinesi. Non rinuncia
a evitare di trasformare i suoi personaggi in simboli. Sono sempre troppo
complessi per diventare iconici, troppo particolari e contraddittori così
com’è complessa e strabordante la realtà: nel momento
più drammatico si affaccia il ridicolo, al tragico si alterna l’amore,
la sessualità è sempre centrale, perché “naturalmente”
lo è nella vita di tutti noi.
Un’immagine. Ali in El Medina vince il provino in
teatro e ottiene la parte di protagonista in Frankenstein: è il mostro,
colui che sfugge alla norma, che è impossibile incasellare in definizioni,
generi, che attraversa tutti i confini e non si lascia imprigionare. Come
il cinema di Nasrallah.
Davide Oberto
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FILM IN PROGRAMMAZIONE • LA
PORTE DU SOLEIL - Francia - Egitto, 2003, 278', 35 mm
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